Un articolo pubblicato sul Journal of American Medical Association sostiene qualcosa che sarebbe sembrato inverosimile solo pochi anni fa, ovvero che la sola IA, senza alcun coinvolgimento medico, offrirà un’assistenza sanitaria migliore rispetto ai medici o ai team formati da umani e IA. Gli autori non sono voci marginali. Tra di loro figurano Ezekiel Emanuel, a capo del Department of Medical Ethics and Health Policy presso la University of Pennsylvania e noto oncologo, insieme al venture capitalist Vinod Khosla. La loro conclusione è che un‘“IA autonoma superiore” supererà probabilmente gli umani che utilizzano l’IA entro il 2030, in cinque attività mediche fondamentali: la raccolta dell’anamnesi del paziente, la formulazione delle diagnosi, l’individuazione degli esami necessari, la prescrizione dei trattamenti e la gestione delle malattie croniche.
Non si tratta di una ristretta affermazione tecnica. È un’affermazione che riguarda l’intera pratica della medicina.
Da scettico a coautore: come è cambiato il dibattito
Ciò che rende questo articolo degno di nota non è solo la sua conclusione, ma la sua origine. Emanuel non è sempre stato un sostenitore. Per anni ha respinto la tesi di lunga data di Khosla secondo cui l’IA avrebbe gestito la stragrande maggioranza delle mansioni svolte dai medici. Quando Khosla ha esposto per la prima volta questa teoria pubblicamente, in un articolo del 2012 e in un saggio del 2016, la reazione di Emanuel è stata un netto rifiuto. La complessità della medicina clinica, secondo lui, andava semplicemente oltre ciò che qualsiasi algoritmo avrebbe potuto replicare.
La sua posizione ha iniziato a cambiare dopo aver letto un libro di Robert Wachter, primario di medicina presso UCSF, che descriveva un futuro in cui l’assistenza assistita dall’IA sarebbe stata una medicina di prima classe per alcuni, mentre la popolazione più ampia si sarebbe affidata alla sola IA. Questa prospettiva ha fatto sorgere una domanda diversa nella mente di Emanuel: se l’IA prende il sopravvento, cosa resta per i medici?
Per trovare una risposta, lui e i suoi coautori hanno esaminato gli studi pubblicati sull’IA nella medicina a partire da gennaio 2024. La loro lettura di quella mole di lavoro li ha portati a una conclusione che loro stessi definiscono “inquietante ma probabile”: l’IA autonoma supererà sia i medici che gli ibridi tra medico e IA entro questo decennio.
Le argomentazioni contrarie e la preoccupazione che nessuno vuole nominare
Non tutti accettano questa tesi. John Whyte, amministratore delegato della American Medical Association, ha sollevato obiezioni metodologiche: alcuni degli studi a cui l’articolo fa riferimento sono simulazioni anziché esperimenti controllati, e non tutti supportano le conclusioni del testo. Un articolo del febbraio 2026 pubblicato su Nature ha riscontrato che in condizioni reali la maggior parte dei pazienti ha faticato a interagire efficacemente con i LLM per accedere alla loro competenza medica. C’è una notevole distanza pratica tra ciò che l’IA può fare in un ambiente di test e ciò che riesce a compiere in un effettivo incontro clinico.
Wachter, citato nell’articolo come rappresentante della posizione contraria, ammette più di quanto ci si potrebbe aspettare. Concorda sul fatto che l’IA sia già capace e che il momento in cui gli esseri umani inseriti nel processo migliorano costantemente i risultati potrebbe non durare. La sua preoccupazione è diversa: sostiene che i medici formati possiedono qualità che l’IA non può replicare, in particolare nel dare notizie difficili e nel guidare i pazienti attraverso decisioni emotivamente complesse.
Ma il problema più scomodo si trova sotto la superficie di questo dibattito. È ciò che gli autori dell’articolo definiscono “perdita di competenze”. Se i medici fanno sempre più affidamento sull’IA per la diagnosi, la raccolta dell’anamnesi e la pianificazione dei trattamenti, le abilità sviluppate attraverso anni di formazione si atrofizzeranno. Le facoltà di medicina e i programmi di specializzazione stanno già discutendo sull’opportunità o meno di consentire ai tirocinanti di utilizzare questi strumenti, proprio perché un medico che non ha mai imparato a raccogliere l’anamnesi medica senza l’ausilio dell’IA potrebbe non sviluppare mai tale capacità. Whyte dell’AMA lo ha riconosciuto apertamente. L’ironia è evidente: lo strumento che potrebbe migliorare la medicina potrebbe allo stesso tempo rendere la prossima generazione di medici meno capace di esercitare senza di essa.
Di cosa parla veramente questo dibattito
La questione medica è reale e urgente. La questione più ampia è di portata maggiore. Ogni professione fondata su competenze accumulate, su anni di formazione, sul valore insostituibile di un giudizio conquistato a fatica, sta osservando questo dibattito e vi riconosce qualcosa di familiare.
Wachter propone un quadro che definisce la “falloscenza del portiere”: il timore che le porte automatiche avrebbero eliminato i portieri si è rivelato infondato, perché i portieri svolgono molte funzioni oltre ad aprire le porte. La stessa logica, sostiene, si applicherà ai medici. I dottori troveranno valore nei compiti che l’IA non può eseguire: empatia, comunicazione, abilità procedurale, la presenza umana che determina se un paziente segue o meno un piano di trattamento.
È un argomento ragionevole. È anche, potenzialmente, un argomento di consolazione. I compiti che vengono qui sostituiti non sono marginali. Sono il nucleo di ciò che produce la formazione medica. La posizione di Vinod Khosla è più netta: i medici rimarranno necessari a breve termine per la chirurgia e la cura d’emergenza, ma come fonti di competenza e giudizio sono in gran parte sacrificabili. Neal Khosla, che dirige Curai Health, un’azienda online che utilizza l’IA per curare i pazienti con uno staff di medici che gestisce prescrizioni e casi complessi, prevede che nei prossimi anni arriverà l’autorizzazione normativa affinché l’IA possa prescrivere farmaci.
In breve
Un articolo sottoposto a revisione paritaria da parte di importanti figure del settore medico e tecnologico sostiene che l’IA autonoma supererà sia i medici che i team formati da umani e IA nello svolgimento delle attività fondamentali della medicina entro il 2030. L’affermazione è contestata e le obiezioni metodologiche sono legittime. Ciò che è più difficile da contestare è la dinamica di fondo: man mano che l’IA gestisce una parte maggiore del lavoro dei medici, le competenze richieste per esercitare senza di essa si eroderanno. Non è un rischio lontano. È un processo già in corso, e la medicina è semplicemente il campo in cui risulta più visibile in questo momento.
Basato su un articolo di Wired.